sabato 25 marzo 2017




Attacchi di Panico
Cosa sono, come affrontarli

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venerdì 17 marzo 2017

COME METTERE A TACERE 
I PROPRI LAMENTI
Una alternativa a "guarda chi sta peggio di te"





Quando ci lamentiamo spesso le persone ci dicono “pensa a chi sta peggio di te!”

Ma questa frase poche volte funziona perché, come abbiamo visto in precedenti articoli, il dolore e il dispiacere sono prospettici: più sono vicini a noi e più ci appaiono grandi. Ne consegue che, se a stare male sono gli altri, l’effetto si fa meno sentire. 
A maggior ragione se gli altri sono degli estranei.

Sfruttando questa visione prospettica, è possibile però creare degli autoinganni efficaci ( se volete delle vere chicche sugli autoinganni leggete “L’arte di mentire a se stessi e agli altri” di Giorgio Nardone)

Quando mi trovo a lamentarmi per una situazione o una condizione in cui mi trovo, e dalla quale magari non posso uscire, provo a mettere in atto questo pensiero:


se in questo momento sapessi di avere un male incurabile, mi lamenterei ancora delle stesse cose? 
Mi lamenterei ugualmente del troppo lavoro, dei molti impegni, degli amici distratti o ringrazierei per avere tutto questo?

Se perdessi improvvisamente qualcuno a me caro in questo momento, lo condannerei per il suo comportamento o mi sembrerebbe la persona più fantastica della mia vita.

Quando mi affanno a pulire casa mentre impreco perché vorrei non farlo, mi fermo un attimo e penso: se questa notte improvvisamente perdessi tutto in un terremoto non vedrei forse l’ora di tornare ad avere una cucina da pulire?


Infine porto con me questa frase:

E’ chiaro che la felicità non esiste; eppure un giorno ti svegli e scopri che se ne è andata.


Dr.ssa Sabrina Trojani



giovedì 16 febbraio 2017

L’ansia di parlare in pubblico



Una forma d’ansia che colpisce molte più persone di quelle che crediamo, anche coloro che pensiamo siano “abituate” è quella che ci colpisce quando dobbiamo parlare davanti ad altre persone.

Nella pratica clinica si incontrano diverse varianti: chi, ad esempio, sente maggior disagio in relazione al numero di ascoltatori e chi invece entra nella fase di panico anche davanti a poche persone.
Anche il fattore pubblico sconosciuto o familiari è una possibile variante. Ciò che non cambia è il come si costruisce il problema (e quindi le possibili soluzioni).

Solitamente, presi dall’ansia, la prima risposta ad essa è il tentativo, quasi sempre infruttuoso, di calmarci: cerchiamo di respirare profondamente, cerchiamo “di non pensarci, cerchiamo infine di controllare la nostra voce mentre parliamo (la propria voce che trema non piace a nessuno).

Nei momenti di picco di ansia però il tentativo di controllo non fa altro che farci perdere il controllo stesso (concetto ben espresso dal professor Giorgio Nardone1) .

Con le tecniche di psicologia strategica la persona viene “addestrata” ad utilizzare tecniche paradossali per la gestione dell’ansia, tecniche che appaiono contro intuitive e che nulla hanno a che fare con il tentativo di auto rilassarsi.

Inoltre, dichiarare alla platea la propria emozione prima di parlare permette di scaricare la tensione più di qualsiasi tecnica distensiva.

La nostra ansia non viene dal pensare al futuro, ma dal volerlo controllare.
Khalil Gibran 

Dr.ssa Sabrina Trojani

mercoledì 18 gennaio 2017

Caso di paura NON patologica


"Ho la costante paura di perdere la mia migliore amica"

"Che cosa fai per combattere contro questa paura?"

"La chiamo spesso, quando sono in vacanza le prendo dei regali e anche se a volte non ho voglia di uscire lo faccio ugualmente"

"E queste sono cose positive o negative?"

"Positive"

"Quindi una paura che ti fa fare cose positive è un nemico da eliminare o un alleato prezioso?"



lunedì 9 gennaio 2017

IPOCONDRIA

Quando una malattia immaginaria è peggio di una malattia reale




Ipocondria. Con questo termine ci si riferisce a pensieri ossessivi e pervasivi sul proprio stato di salute.

E’ come vivere sempre in allerta, attenti ad ogni minimo segnale del proprio corpo. Scatta la voglia di chiedere un parere specialistico, su internet prima e di persona poi, visitando ospedali e medici vari; l’illusione è che queso possa tranquillizzarci ma è appunto solo un’illusione.

Se si riceve un esito negativo degli esami scatta il dubbio: forse il medico si è sbagliato, forse l’esame è poco dettagliato, forse dovrei ripeterlo….
Si entra da soli in un circolo vizioso per cui più cerco risposte rassicuranti e più vengo travolta dal vortice del “non è mai abbastanza”…. servono più esami, più risposte, più approfondimenti.

“Vengono ingiustamente detti immaginari mali che sono invece
fin troppo reali, dato che procedono dalla nostra mente,
unico regolatore del nostro equilibrio e della nostra salute”
(EM Cioran)



Molti pazienti mi parlano proprio di una trappola, da cui, aggiungo io, è possibile uscire con un percorso specifico, mirato ad interrompere le tentate soluzioni che non funzionano e tornare ad essere “padroni” dei propri pensieri e della qualità della propria vita.

Dott.ssa Sabrina Trojani




mercoledì 14 dicembre 2016

L’AMARA VEDETTAVendicarsi funziona davvero?


Chi ha conosciuto il tradimento e la delusione ha conosciuto anche quell’ondata che chiamiamo desiderio di vendetta.

In alcuni casi può diventare un’ossessione per cui l’unico pensiero ricorrente nella giornata è pensare ai modi migliori per vendicarsi. L’idea è che l’altro debba provare  il dolore che abbiamo provato noi, magari con gli interessi.

La realtà è che questa spesso è un’utopia per molte ragioni:

non possiamo infatti entrare nella mente dell’altro e quindi non sapremmo mai realmente se sta soffrendo come noi vorremmo;

sebbene noi ci sentiamo giustificati nella nostra vendetta in quanto traditi , agli occhi degli altri in quel momento passiamo dalla parte dei  carnefici, anche perché spesso la vendetta non è consona all’azione che l’ha provocata ma viene adeguata al sentimento della persona offesa, arrivando quindi ad essere anche più cattiva del tradimento stesso.

Infine, ma è forse l’aspetto più importante, una volta consumata la vendetta la sensazione è tutt’altro che piacevole. Ci sembra di non averne avuta mai abbastanza, e rischiamo così di entrare in un circolo vizioso per cui più mi vendico più ho bisogno di rifarlo.

Il gioco sembra finire sempre in pareggio. Ancora non siamo i vincitori e non ci sentiamo mai tali.

Riporto quindi le, a mio avviso, illuminanti parole di G.Orwell:
                               
                               La vendetta è un’azione che si vorrebbe compiere quando e proprio perché si è impotenti;                           non appena questo sentimento di impotenza scompare,                          svanisce anche il desiderio di vendicarsi.

Dott.ssa Sabrina Trojani
www.studiopsicologiaverona.it